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Le malattie rare della coagulazione comprendono
le carenze di fibrinogeno, protrombina (FII), fattore (F)V,
FV+VIII combinati, FVII, FX e FXIII, la cui frequenza nella
popolazione generale è di 1 caso su 500.000-2.000.000
di persone. Nei paesi dove è praticato frequentemente
il matrimonio tra consanguinei, queste patologie sono molto
più frequenti, provocando con le recenti ondate migratorie
in Italia un aumento del numero di casi clinici osservati. Questo
pone un nuovo problema medico-sociale, aggravato dall'assenza
di centri di riferimento per il trattamento adeguato dei pazienti
e dalla ridotta conoscenza dei difetti molecolari alla base
di tali patologie.
Il trattamento consiste attualmente nella sostituzione
del fattore carente tramite somministrazione di plasma fresco
o di concentrati del fattore carente. Molti problemi soprattutto
nei paesi in via di sviluppo, derivano dall'utilizzo di plasma
fresco, prevalentemente per il rischio di contrarre infezioni
virali quali HCV (epatite C) e HIV (sindrome da immunodeficienza
acquisita) che hanno rappresentato un grave problema negli anni
ottanta per i pazienti emofilici. Bisogna inoltre considerare
che a tutt'oggi non è ancora disponibile un concentrato
per il trattamento della carenza di FV, per la quale è
ancora utilizzato plasma fresco in tutto il mondo o, dove disponibile,
plasma virus-inattivato.
Dal 1996 il nostro Centro è diventato
un punto di riferimento per la diagnosi e la terapia di pazienti
carenti di fattori della coagulazione provenienti non solo dalla
Lombardia ma da tutta Europa ed Asia: finora abbiamo raccolto
più di 200 pazienti.
Di questi pazienti sono stati registrati i dati anamnestici,
la storia clinica del soggetto e familiare, i dati relativi
al trattamento e ad eventuali complicazioni terapeutiche. E'
inoltre stato diagnosticato il tipo di carenza e successivamente
indagato il difetto molecolare nel gene del fattore la cui carenza
determina la malattia, attraverso studi di espressione in vitro,
tecniche di pulse-chase, immunofluorescenze e studi biochimici.
In questo modo è stato anche possibile condurre la prevenzione
primaria della malattia attraverso la diagnosi prenatale nelle
coppie a rischio perché appartenenti a famiglie con uno
o più membri affetti.
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