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Nelle donne portatrici di
emofilia, la diagnosi prenatale viene eseguita nel I° o
II° trimestre di gravidanza attraverso il prelievo di campioni
di origine fetale come il prelievo di villi coriali e di liquido
amniotico. Sia la villocentesi che l'amniocentesi sono tecniche
invasive ed hanno lo svantaggio di determinare un rischio di
aborto di circa 0.5-1%.
Negli ultimi anni si stanno sviluppando nuove
tecniche non-invasive che offrono la possibilità di una
diagnosi precoce (I° trimestre) e con tempi brevi di risposta
ed hanno il vantaggio di ridurre lo stress psicologico e l'ansia
nelle donne in gravidanza. Tali tecniche sono basate sulla recente
scoperta che cellule libere di origine fetale sono presenti
nel sangue materno già dalla quarta settimana di gravidanza.
La determinazione del sesso fetale in donne portatrici
di malattie X-linked recessive sarà possibile mediante
estrazione del DNA fetale da plasma o siero materno e successiva
amplificazione di sequenze specifiche di DNA sul cromosoma Y.
Quantitative Real-Time PCR, fluorescence-based polymerase chain
reaction e nested-PCR sono le tecniche finora riportate in letteratura
per la determinazione del sesso fetale su plasma o siero materno.
La messa a punto di tale metodica permetterebbe
di offrire alle donne portatrici di emofilia una tecnica non-invasiva
di determinazione del sesso fetale che permetterebbe di ovviare
non solo ai rischi associati alla procedura delle diagnosi invasive,
ma darà la possibilità di una diagnosi precoce
(I° trimestre) e con tempi relativamente brevi di risposta
L'utilizzo di tecniche ad high throughput
permetterebbe inoltre di eseguire una diagnosi prenatale di
emofilia direttamente sul DNA fetale estratto dal prelievo di
sangue periferico materno.
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